non ha bisogno di sentirsi dire dagli altri parole di conforto
che minimizzano o banalizzano il suo stato (“dai che non è niente” o “ ti fai
dei problemi per niente”) in quanto chi lo fa perlopiù ignora di aver mai avuto
qualsiasi disagio psichico e dimostra di essere scarsamente in contatto con le
sue emozioni. Il depresso stesso, inoltre, non deve raccontarsi le classiche
frasi di incoraggiamento come “reagisci!”, “non essere esagerato”, “se fai così
significa che sei fragile”. Sono tutte parole sprecate che vanno nella
direzione opposta a una guarigione. Come sempre occorre tutelare i sintomi da
interpretazioni sbagliate, e al contrario, prenderli sul serio. La depressione
va intesa come un percorso che esige rispetto e tempo, e come una opportunità
di trasformazione personale. Anche se si presenta come un nemico indesiderato,
pian piano si può comprendere che i cambiamenti che ci chiede sono nella
direzione del nostro interesse e per il nostro bene.
Esperto in disagio minorile, disturbi emotivi e del comportamento, dinamiche disfunzionali nel rapporto genitori-figli. Si occupa anche di depressione, attacchi di panico, fobie, rapporti affettivi, dipendenze (alcool, droga, gioco d'azzardo, sesso, nuove tecnologie), disturbi alimentari, centro di ascolto per ragazzi in difficoltà, disturbi d'ansia, dell'umore, somatoformi, del sonno, sessuali, terapia di coppia, autostima, assertività, disturbi ossessivo compulsivi.
martedì 1 maggio 2018
martedì 17 aprile 2018
L’ANSIA DI MAMMA E PAPA’…
… è contagiosa!
Per cui occorre proteggere i
figli dalle ansie genitoriali e trasmettere l’amore che proviamo
per loro in forma diversa.
Stare addosso ai propri figli
ha una diretta conseguenza: perderli.
Se talvolta ci sembrano
trasgressivi, o solo un po’ strani, è meglio trattenerci dal
criticarli se non vogliamo offuscare la loro personalità.
Anche con i consigli, se non
sono richiesti, non bisogna esagerare; il rischio, altrimenti, è
quello di limitare la loro capacità di pensare e di stare con se
stessi.
Concedere loro fiducia
significa fargliela crescere dentro, mentre il desiderio ossessivo di
controllarli su tutto è pericoloso. La personalità infatti si
plasma e si rinforza solo nell’incontro con le difficoltà. I figli
per imparare a conoscersi devono poter sbagliare, e se vogliamo che
crescano interiormente e che non rimangano degli eterni bambini
dobbiamo anche contemplare l’idea che possano soffrire.
sabato 14 aprile 2018
IL SENSO DELLA DEPRESSIONE
Viviamo in un’epoca che, se
potesse, abolirebbe tranquillamente dal vocabolario le parole come
“dolore”, “sofferenza”, “stanchezza”, “fragilità”,
“debolezza”, “malattia”, e perché no… anche
“depressione”. I diktat che ci arrivano continuamente dal mondo
esterno riguardano standard di perfezione, di forza, di successo, e
ci ingabbiano in uno schema di pensiero estremamente rigido ma
soprattutto altamente nocivo alla nostra soggettività.
Ogni stato emotivo che ci
attraversa, infatti, ha lo stesso diritto di esistere in noi, che ci
piaccia o no, e reprimerlo non può che allontanarci da noi stessi.
Il risultato è che la nostra
società produce in modo seriale individui sintomatici che sempre più
spesso non sanno nemmeno di esserlo, e quando invece riescono a
riconoscere la presenza del sintomo non sanno a cosa attribuirlo.
Il nostro mondo emotivo
insomma è troppo scollegato dalla realtà, e questo non può far
altro che farci stare peggio e cronicizzare il disturbo di cui
soffriamo.
La depressione, dunque,
anziché come disgrazia, va intesa come salvifica. La sua presenza
sta a significare che qualcosa dentro di noi si arrende, che vuole
spazzarci via, vuole eliminare i nostri soliti ragionamenti e le
nostre solite certezze.
E noi, quando si presenta,
dobbiamo essere pronti ad accoglierla come una grazia.
mercoledì 11 aprile 2018
Caro figlio… ti ascolto ma non troppo
Con i figli in età scolare
sono tanti i genitori, in genere mamme, che cadono nel tranello dell’
“ascolto indotto”.
Con questo termine intendo
quando l’adulto subisce passivamente i racconti e le lamentele
infinite dei propri bambini, con l’ovvia buona intenzione di
sostenerli e aiutarli nelle difficoltà, ma producendo invece
l’effetto contrario.
Occorre essere consapevoli che
un figlio sano, in fin dei conti, non ha poi bisogno di così tante
attenzioni, e tutte quelle che gli diamo oltre lo stretto necessario,
anziché proteggerlo, alla lunga, lo danneggiano. Per un bambino che
sa fare il suo mestiere (e in genere tutti i bambini lo sanno fare
molto bene), la mamma (il papà o entrambi) è l’oggetto
motivazionale più grande, e in ogni dinamica relazionale che
abbiamo con lui questo bisogna tenerlo sempre presente. Insomma il
“di troppo” non va bene, molto meglio che si mangi una liquirizia
o che giochi con un amico.
La soluzione sta, dunque,
nell’ “ascolto attivo”, cioè in quei minuti di conversazione
che il genitore stesso decide di dedicargli, nei tempi e nelle
modalità che ritiene più opportune, a patto che siano con una
cadenza regolare e ben chiari anche al bambino.
domenica 11 febbraio 2018
Dal 27 febbraio presso la Farmacia di Bentivoglio
A partire dal 27 febbraio 2018 sarò disponibile tutti i
martedì dalle ore 18.00 alle 19.30 presso la Farmacia di Bentivoglio per
offrire un servizio di colloqui psicologici gratuiti a tutti i cittadini che
sono interessati. I colloqui avverranno previo appuntamento.
Ringrazio la Dott.ssa Roberta Rabbi per aver reso
possibile l’avvio di questo nuovo servizio, nell’intento di migliorare il
benessere dei cittadini.
lunedì 5 febbraio 2018
FUORI DALLA CULTURA DELLA PRESTAZIONE !!
La cultura della
prestazione ci distrugge, ci annienta.
Perchè?
Perchè ci
allontana da noi stessi, da un rapporto sano ed equilibrato con la realtà.
Quello a cui
dovremmo aspirare non è “essere i migliori”, “i più bravi”, “i più belli”, “i
più forti”, “ i più...”
Dovremmo
invece aspirare a trovare uno stato di consapevolezza grazie al quale,
qualunque cosa si sta facendo, non ci si
dimentica mai di noi stessi.
Lucidi, ma
non troppo coinvolti, col proprio ritmo e la propria velocità, senza snaturarsi
e senza andare oltre i propri limiti.
Restare se
stessi in alcuni vortici giornalieri è segno che si è sulla strada giusta.
Poichè la
maggior parte delle cose che facciamo quotidianamente sono “da fare” non ci
resta che spostare l’attenzione sul “come “ farle, cioè su come approcciarsi
agli impegni.
Il segreto,
insomma, sta nel tipo di presenza che si riesce ad avere a se stessi.
domenica 4 febbraio 2018
Psicoanalisi: da Popper a disciplina scientifica
“SCIENZA IN RETE” (GRUPPO 2003 PER LA RICERCA SCIENTIFICA)
Psicoanalisi, le critiche di Popper
In generale la critica più famosa alla psicoanalisi è stata quella di Karl Popper, giunta peraltro nel momento di massima ascesa della disciplina, con Alfred Adler, Carl Gustav Jung e, soprattutto, Sigmund Freud. A tutt’oggi possiamo ritenere il dilemma dello status delle discipline psicoanalitiche non completamente risolto. Molti propendono per il superamento della tesi popperiana, soprattutto per le verifiche empiriche dei risultati clinici svolte negli anni ’80 e ’90 e per le progressive integrazioni della disciplina con le altre linee di ricerca psicologica, psichiatrica e neuro scientifica; va comunque notato che nella tesi del filosofo austriaco sia ancora possibile rintracciare vari spunti interessanti. Gli anni in cui Popper elaborava la propria teoria erano quelli dell’ormai largamente analizzato fermento innovatore dei primi del Novecento. Dai contatti con Einstein e dall’ammirazione per il nascente edificio teorico della relatività generale (con il suo enorme potenziale esplicativo ma anche con la sua intrinseca fragilità) Popper ricavò l’idea di un sapere scientifico più simile alla doxa aristotelica che alla episteme: sforzo di capire, dunque, piuttosto che sapere forte e immutabile.
Psicoanalisi moderna, oltre Popper
Il lapidario parere di Popper su psicoanalisi e psicologia individuale è stato, in parte, superato dagli ultimi sviluppi. La teoria odierna risulta, del resto, molto diversa da quella freudiana con l’abbandono del modello pulsionale, il ridimensionamento del ruolo dell’insight e del conflitto, la riformulazione dei concetti di meccanismo di difesa, trasfert e controtrasfert e via dicendo. Risulta, inoltre, molto differente anche l’approccio, oggi basato non solo su dati comportamentali ma anche su dati empirici, ricavati, ad esempio, con le tecniche di neuro imaging.
Il giudizio popperiano, inoltre, letto come parte del logos complessivo del filosofo, risulta molto meno rigido di quanto potrebbe sembrare a prima vista. Intanto perché è tutto pervaso dalla dimensione del dubbio e della permeabilità fra le dottrine fisiche e quelle metafisiche. Poi perché è di carattere esclusivamente epistemologico e non affronta gli aspetti di terapia, evidentemente basilari in una disciplina di tipo medico. Richard Feynman, che come fisico avrebbe potuto trovare la sua posizione “naturale” nella condanna tout court della psicoanalisi, nel 1963, argutamente osservò: “se per psicanalisi intendiamo la tecnica terapeutica, possiamo dire che essa possiede un livello di efficacia e un tipo di approccio che possono consentire di annoverarla tra le discipline scientifiche. Al contrario l'edificio teorico sul quale la tecnica si basa è molto meno scientifico e per poter aspirare allo status di scientificità deve sicuramente percorrere ancora parecchia strada”.
Siamo dunque ai nostri giorni. Tutti sono concordi nel ritenere la psicoanalisi una disciplina scientifica? Forse no. Ma probabilmente nemmeno per negare che sia prossima a diventarlo, specie se considerata con logica interdisciplinare.
Un giudizio critico ma aperto, dunque, come quello che oggi, forse, Popper avrebbe sostenuto.
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