domenica 4 febbraio 2018

Psicoanalisi: da Popper a disciplina scientifica



“SCIENZA  IN  RETE” (GRUPPO 2003 PER LA RICERCA SCIENTIFICA)

Psicoanalisi, le critiche di Popper

In generale la critica più famosa alla psicoanalisi è stata quella di Karl Popper, giunta peraltro nel momento di massima ascesa della disciplina, con Alfred Adler, Carl Gustav Jung e, soprattutto, Sigmund Freud. A tutt’oggi possiamo ritenere il dilemma dello status delle discipline psicoanalitiche non completamente risolto. Molti propendono per il superamento della tesi popperiana, soprattutto per le verifiche empiriche dei risultati clinici svolte negli anni ’80 e ’90 e per le progressive integrazioni della disciplina con le altre linee di ricerca psicologica, psichiatrica e neuro scientifica; va comunque notato che nella tesi del filosofo austriaco sia ancora possibile rintracciare vari spunti interessanti. Gli anni in cui Popper elaborava la propria teoria erano quelli dell’ormai largamente analizzato fermento innovatore dei primi del Novecento. Dai contatti con Einstein e dall’ammirazione per il nascente edificio teorico della relatività generale (con il suo enorme potenziale esplicativo ma anche con la sua intrinseca fragilità) Popper ricavò l’idea di un sapere scientifico più simile alla doxa aristotelica che alla episteme: sforzo di capire, dunque, piuttosto che sapere forte e immutabile.

Psicoanalisi moderna, oltre Popper

Il lapidario parere di Popper su psicoanalisi e psicologia individuale è stato, in parte, superato dagli ultimi sviluppi. La teoria odierna risulta, del resto, molto diversa da quella freudiana con l’abbandono del modello pulsionale, il ridimensionamento del ruolo dell’insight e del conflitto, la riformulazione dei concetti di meccanismo di difesa, trasfert e controtrasfert e via dicendo. Risulta, inoltre, molto differente anche l’approccio, oggi basato non solo su dati comportamentali ma anche su dati empirici, ricavati, ad esempio, con le tecniche di neuro imaging.
Il giudizio popperiano, inoltre, letto come parte del logos complessivo del filosofo, risulta molto meno rigido di quanto potrebbe sembrare a prima vista. Intanto perché è tutto pervaso dalla dimensione del dubbio e della permeabilità fra le dottrine fisiche e quelle metafisiche. Poi perché è di carattere esclusivamente epistemologico e non affronta gli aspetti di terapia, evidentemente basilari in una disciplina di tipo medico. Richard Feynman, che come fisico avrebbe potuto trovare la sua posizione “naturale” nella condanna tout court della psicoanalisi, nel 1963, argutamente osservò: “se per psicanalisi intendiamo la tecnica terapeutica, possiamo dire che essa possiede un livello di efficacia e un tipo di approccio che possono consentire di annoverarla tra le discipline scientifiche. Al contrario l'edificio teorico sul quale la tecnica si basa è molto meno scientifico e per poter aspirare allo status di scientificità deve sicuramente percorrere ancora parecchia strada”.

Siamo dunque ai nostri giorni. Tutti sono concordi nel ritenere la psicoanalisi una disciplina scientifica? Forse no. Ma probabilmente nemmeno per negare che sia prossima a diventarlo, specie se considerata con logica interdisciplinare.

Un giudizio critico ma aperto, dunque, come quello che oggi, forse, Popper avrebbe sostenuto.

domenica 28 gennaio 2018

HITLER E LA SUA OMBRA



Tratto da James Hillman


Seguo la strada che la Provvidenza mi detta con l’assoluta sicurezza di un sonnambulo”, disse Hitler in un discorso del 1936. La certezza di essere un predestinato gli confermava di essere nel giusto.
Ma dove un Dio è onnisciente l’essere umano diventa saccente. Perciò Hitler non aveva bisogno di scambi con gli altri perchè  non c’era niente che gli altri potessero insegnargli. Per dimostrare quella onniscienza memorizzava una massa incredibile di dati (come localizzazione di reggimenti e scorte, dislocazione delle navi, ecc.) e li usava per sopraffare gli interlocutori e mettere in difficoltà i suoi ufficiali. La conoscenza di tutti quei dati dimostrava la sua onniscienza , ma copriva la mancanza di pensieri e di riflessione, oltre all’incapacità di sostenere un dialogo. Come si è visto, un’educazione che non privilegia il giudizio critico può produrre una nazione di psicopatici.
Tuttavia, la propensione psicologica a distruggere, anche se in misura diversa, esiste in tutti gli esseri umani. Violenza, criminalità, crudeltà appartengono all’animo umano come sua Ombra. E’ a causa di tali tendenze universali latenti in ciascuno di noi, come protezione contro di esse, che sono sorte le varie forme societarie e i freni della morale. Ma l’Ombra può erompere autonomamente in qualsiasi momento. Hitler ne era ossessionato e voleva epurare il mondo da essa; ma non poteva riconoscerla dentro di sè, ne vedeva solo la forma proiettata come ebrei, zingari, stranieri, deboli, malati.

domenica 14 gennaio 2018

MA QUANTO CI PIACE LA PRIGIONE ?



La domanda è retorica in quanto la risposta la conosciamo tutti : “tanto!”.

Fosse un masochismo consapevole  non sarebbe neppure un fatto troppo disdicevole, purtroppo nella maggior parte dei casi si tratta di un meccanismo inconscio che ci incastra in una serie di dinamiche  dalle quali non riusciamo più ad uscire e che ci porta semplicemente a dire: "siamo fatti cosi!”.

Anche le malattie autoimmuni possono essere un esempio di attacco rivolto a noi stessi, e dunque di una vera e propria “cella” in cui ci rinchiudiamo , come se l’inconscio ci iniettasse nel corpo una dose di aggressività.

Se vogliamo occuparci, invece, di come fare a stare bene,  dobbiamo prendere in considerazione i nostri stati d’animo, anche quelli che non ci piacciono e che riteniamo,sbagliando, essere brutti e inopportuni.  Un atteggiamento mentale improntato a giudicare il modo in cui ci sentiamo, infatti,  ci porta ad escludere una parte di noi stessi, con nefaste conseguenze facilmente prevedibili sul nostro benessere.

Essendo la maggior parte delle attività quotidiane “da fare” , occorre spostare l’attenzione sul “come” farle. In conclusione, il segreto, risiede nel trovare uno stato di consapevolezza grazie al quale, qualunque cosa si stia facendo, non ci si dimentichi di noi stessi e di tutti gli stati emotivi che ci attraversano.

giovedì 4 gennaio 2018

FUGGIRE LO SCONTRO ?



Litigare con tutti non è nè furbo nè psicologicamente sano, occorre sapersi districare tra le innumerevoli interazioni quotidiane in modo per lo più cordiale ed educato. Si può dire che la maggior parte delle questioni si risolve con l’uso della logica e del buon senso; tuttavia esistono alcune relazioni, in particolare quelle tra figli e genitori, in cui l’evitamento dello scontro ha come diretta conseguenza il blocco della crescita.

Quest’ultimo caso porta al figlio un vantaggio apparente, cioè  quello di essere libero da ogni responsabilità.  Accettare acriticamente il sistema di valori dei nostri genitori ci risparmia la fatica di crearcene uno tutto nostro ma non ci consente di evolvere,  e soprattutto di avvicinarci alla nostra identità più profonda e autentica.

La vita insomma, ad un certo punto, ci pone di fronte ad una scelta: o rimanere adolescenti a vita (condizione più diffusa di quanto si immagini), o trovare la nostra strada e vivere la nostra vita.

“Aut-Aut” insomma, come dice Soren Kierkegaard in un suo famoso libro, dove sprona giustamente il lettore a non rimandare le scelte, ma a scegliere subito, con tutte le proprie forze, in quanto la posta in gioco è la nostra esistenza.